Le parole della politica e la misura perduta

di Giuseppe De Rita

Illustrazione di Doriano Solinas

Nella dialettica sociopolitica attuale sta diventando una rarità assoluta quel che viene di solito denominato come «eloquio misurato». Da una parte l’eloquio è stato progressivamente appesantito di valenze teatrali, aggressive, spesso volgari. Ma ancora più pericolosa è la contemporanea scomparsa della «misura» nell’esprimersi: nessuno si sente bravo se non è rapido, incisivo e scioccante, quasi che voglia terminare il messaggio nel più breve tempo possibile, senza preoccuparsi del ritmo e della misura necessari in ogni discorso pubblico. Si potrà giustificare la cosa avvertendo che, in una comunicazione dominata dai social media, l’importante per chi comunica non è ragionare e meno ancora convincere, ma è solo «dichiarare», con la frase di maggiore impatto possibile; senza preoccuparsi per quel che succede poi, basta solo aspettare un’altra incisiva dichiarazione, perché possa attuarsi la nuova moda della politica circolare, parallela della più studiata economia circolare. Il misurato eloquio non ha proprio spazio, anche nelle sedi per esso più tradizionali: così nel discorso parlamentare (per decenni lo strumento principe della stabilità politica) esso è doppiamente superato: fuori dalle aule, dall’efflorescenza smisurata dei social; e dentro le aule, dalle ondate di polemiche fatte col «voi» e a brutto muso.

Nel panorama complessivo restano alcune relazioni annuali di qualche autorità indipendente a coltivare il misurato eloquio; ma non arrivano alla generale opinione pubblica e restano quindi fatalmente minoritarie. Eppure di misura abbiamo un assoluto bisogno: ci vuole un misurato approccio per mettere ordine nel crescere della confusione e dei conflitti; ci vuole misurata definizione della nostra composizione sociale per mettere ordine nella nostra identità nazionale e nelle nostre appartenenze internazionali; ci vuole una misurata formazione della opinione pubblica per dare a tutti la consapevolezza che, senza il dono della misura, tutto diventa smisurato e quindi ingovernabile. Non dimentichiamoci che per gli antichi greci la dismisura era il peggior peccato; ma temo che pochi abbiano oggi interesse per quel tipo di pensiero.

Dicevano sempre gli antichi greci che la misura non è un dono di natura, ma l’espressione di una buona cultura generale, liceale si diceva una volta; ed è nei fatti il frutto di un continuato esercizio culturale, dove si deve sapere cosa è l’esametro, ripetendo ad alta voce Eschilo e Catullo; dove si deve imparare qualche orazione ciceroniana per capire cosa è la retorica e come parlare in pubblico; dove si deve mandare a memoria Foscolo e Leopardi per avvertire il senso profondo dell’espressione e la sua durata.

Anche nella misura stiamo verosimilmente diventando degli analfabeti di ritorno (forse analfabeti tout court) e non consola il fatto che molti giovani parleranno inglese (anzi americano) e la loro misura non si formerà nella lingua italiana, ma nella morfologia americana dei pensieri e delle frasi (certo però non nello shakespeariano Enrico V della vigilia di Azincourt). Immagino già i sorrisi su una riflessione così nostalgica. Ma nessuna accusa di questo tipo mi convincerà del contrario: che si possa cioè vivere bene scivolando progressivamente, forse sbracando, nella dismisura, spesso puramente e volutamente teatrale, di ogni dichiarazione pubblica.

Articolo pubblicato su Corriere della Sera il 2 agosto 2019

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