Quanto è difficile per Facebook rimuovere le fake news in italiano sul Covid

Luca Angelini (Corriere della Sera, Newsletter Rassegna Stampa, 21.04.2021)

«Stiamo facendo passi aggressivi per combattere la dannosa disinformazione sul Covid-19 in decine di lingue. Usiamo lo stesso approccio e la stessa tecnologia per rimuovere le false affermazioni sul Covid e sui vaccini in francese, spagnolo, portoghese e italiano cone lo facciamo per l’inglese» assicura Facebook. Ma, a quanto pare, anche questa puzza di fake news. Almeno se si guarda ai risultati di un rapporto appena pubblicato dall’Ong Avaaz, del quale dà notizia Mark Scott su Politico Europe. Le fandonie sulla pandemia pubblicate non in inglese in Europa hanno il doppio di possibilità di rimanere su Facebook, rispetto a quelle in inglese negli Usa, dopo essere state segnalate da chi si occupa di debunking, ossia di scovare e sbugiardare gli spacciatori di «bufale».

Campione della ricerca

Il campione della ricerca, va detto, non era molto grande: 135 post pubblicati tra il 7 dicembre 2020 e il 7 febbraio 2021 e segnalati a Facebook come falsi o fuorvianti da associazioni di fact-checking di riconosciuta autorevolezza e spesso partner della stessa Facebook. In ogni caso, si tratta di notizie fasulle (dal coinvolgimento di Bill Gates nella diffusione del virus alla presunta falsa vaccinazione della vicepresidente Usa Kamala Harris, passando per una serie di menzogne assortite su vaccini e mascherine) che hanno spesso avuto milioni di interazioni.

La percentuale di notizie «incriminate» rimaste online senza che Facebook prendesse provvedimenti è risultata del 29% per quelle pubblicate in inglese (negli Usa, nel Regno Unito e in Irlanda). Ma quella percentuale sale al 33% in Spagna, al 50% in Portogallo, al 58% in Francia e addirittura al 69% in Italia (non ci sono dati su altri Paesi Ue). A dire il vero, anche per quelle in inglese c’è una bella differenza fra quelle uscite negli Usa (26% di non intervento) e in Irlanda e Regno Unito (50%). E se si fa una media di tutte quelle in lingue non anglosassoni si arriva al 56%. Il che, come si diceva, significa una possibilità più che doppia di rimanere indisturbate su Facebook.

Il rapporto segnala, peraltro, altre falle nella capacità di Facebook di arginare l’«infodemia» sul virus. Il tempo medio passato tra la pubblicazione di una fake news e la sua rimozione è stato di 28 giorni (24 per quelli in lingua inglese, 30 per gli altri). È vero che Facebook deve avere il tempo di valutare le segnalazioni dei fact-checker, ma questi ultimi hanno mediamente lanciato l’allerta 9 giorni dopo la pubblicazione. E, ancora, il social di Mark Zuckerberg non sembra avere ancora trovato le armi per vincere la “guerra dei cloni”, ossia ai post quasi identici – foto comprese – a quelli rimossi, o magari semplicemente tradotti in un’altra lingua.

Conclusioni

Le conclusioni del rapporto sono senza sconti: «L’autoregolamentazione dei social media ha fallito in quello che è stato sinora il suo più grande test: questo rapporto dimostra che, un anno dopo l’inizio della pandemia di Covid-19, nonostante un certo numero di passi raccomandabili per combattere l’infodemia in corso, Facebook non è riuscita a migliorare la sua capacità di individuare disinformazione dannosa sul Covid sulla sua piattaforma». L’azienda di Zuckerberg ha replicato di aver rimosso milioni di post sul virus e anche sulle teorie complottiste. Secondo Avaaz, vista anche la sproporzione negli interventi nei Paesi non anglofoni, è l’Unione europea a dover intervenire. Ad esempio, rivedendo le norme del suo Codice contro la disinformazione.

Una revisione che, per Avaaz, dovrebbe comprendere almeno tre interventi: 1) Oltre a migliorare rapidità e quantità di interventi contro le fake news, Facebook dovrebbe fornire informazioni corrette retroattive agli utenti che hanno visto post con false notizie. 2) “Disintossicare” l’algoritmo di Facebook, che spesso è il primo responsabile della diffusione di notizie false, perché sono quelle che provocano più engagement e quindi più attrazione potenziale per gli inserzionisti. 3) Obbligare l’azienda di Zuckerberg a dare un resoconto di quanto grande sia la massa di disinformazione che circola sulla sua piattaforma. «Dobbiamo iniziare a trattare la disinformazione come trattiamo la Co2. Non possiamo abolirla, ma dobbiamo rendere le piattaforme responsabili della loro riduzione, nel tempo, a livelli che siano meno tossici per la società».

Vaccino Covid, Israele e la cyberguerra contro i no-vax e le fake news

Una squadra di giovani è stata incaricata dal ministero della Sanità di combattere la disinformazione sul vaccino

di Davide Frattini

Vaccino Covid, Israele lancia la cyberguerra contro i no-vax e le fake news


GERUSALEMME – A Bnei Brak gli infermieri distribuiscono vaccini e cholent, la zuppa di carne con patate che gli ultraortodossi cucinano per il giorno sacro di Shabbat. A Jaffa il camioncino piazzato dal comune offre le dosi assieme a un piatto di hummus, la crema di ceci passione e orgoglio degli arabi. A ognuno la ricetta preferita per tentare di attrarre gli indecisi, quelli che non si sono ancora presentati in uno dei centri allestiti in tutto il Paese.

Agli oltranzisti, i no-vax che si oppongono alla campagna di massa, il governo prova invece a proporre cibo per la mente. Informazioni scientifiche che devono contrastare i messaggi catastrofisti e le teorie del complotto pubblicate sui social media. Una lista di fake news in disordine sparso: con il liquido vengono iniettati dei microchip per pedinare la gente; il farmaco può causare la morte e danneggia i feti; sarebbe tutto un esperimento per di ridurre la popolazione o usarla come cavia da laboratorio. Le notizie infondate si diffondono attraverso Facebook (che ha già cancellato migliaia di post su richiesta del ministero della Giustizia israeliana) e soprattutto Telegram «perché garantisce l’anonimato e rende quasi impossibile fermare la catena di bugie» spiega Amit Goldstein al quotidiano Haaretz.

Amit guida la squadra di 11 giovani – presto se ne aggiungeranno 7 – che è stata incaricata dal ministero della Sanità di combattere la cyberguerra contro la disinformazione. «Una guerra d’attrito», la definisce il giornale: per ogni megafono virtuale silenziato se ne accendono altri cento. Qualcuno dei ragazzi è ancora in divisa, altri l’hanno messa nell’armadio da poco. Sono stati addestrati nell’esercito a monitorare i canali usati dai terroristi o dagli Stati nemici, da tutti quegli attori che vogliono favorire il caos attraverso raid virtuali. Lavorano dall’alba alla mezzanotte in una sala tutta schermi allestita in un centro congressi dalle parti dell’aeroporto, a pochi chilometri da Tel Aviv, e si occupano di dare la caccia «a quei dati che vengono presentati come ufficiali», dice Einav Shimron, sempre ad Haaretz. «Abbiamo fatto rimuovere documenti che riportavano il timbro della Food and Drug Administration americana o della casa farmaceutica Pfizer: numeri inventati, effetti collaterali inesistenti, citazioni di scienziati stranieri sconosciuti».

Il governo israeliano si è posto l’obiettivo di vaccinare i due terzi della popolazione (esclusi i minori di 16 anni) entro la fine di marzo: l’entusiasmo delle prime settimane, con quasi 200 mila inoculati al giorno, è superato dal timore di aver raggiunto una soglia critica, i numeri calano, chi viene convocato non si presenta. I gruppi a rischio hanno ricevuto la seconda dose e la maggior parte delle persone sopra ai 50 anni la prima, tocca ai più giovani e restano da raggiungere gli scettici: le operazioni vanno a rilento nei quartieri ultraortodossi (dove alcuni rabbini condannano le vaccinazioni) e nelle cittadine arabe.

I no-vax continuano a lanciare polvere negli occhi e negli ingranaggi dell’operazione: attraverso Facebook hanno incitato a prendere finti appuntamenti e a non presentarsi per costringere gli ospedali a gettare via le fiale scongelate. Supportati anche da parlamentari come Eli Avidar di «Israele è la nostra casa» (destra) che ha ribadito il suo rifiuto sostenendo di essere in buona salute grazie a yoga e dieta vegana. Il premier Benjamin Netanyahu bolla i «non vaccinati» come i nuovi nemici e valuta sanzioni. Il governo progetta anche benefici da offrire per incentivare i cittadini: torna l’idea del patentino verde che permetta l’ingresso in cinema, teatri, palestre, ristoranti, la partecipazione a eventi pubblici solo a chi abbia ricevuto l’inoculazione.

s: https://www.corriere.it/esteri/21_febbraio_15/vaccino-israele-bibi-lancia-cyberguerra-contro-no-vax-fake-news-870758fc-6f8d-11eb-90fa-04aff0071378.shtml

Tre grandi Magazine USA


The Atlantic è forse il più illustre mensile di news americano: c’è dal 1857, si chiamava Atlantic Monthly, poi la sua grande capacità di costruirsi un’identità online forte e prioritaria ha fatto accantonare il “monthly”, e oggi è uno dei migliori contenitori di articoli di qualità americani, tra quelli che non coprono il ciclo di news delle 24 ore e che hanno maggiori similitudini con i contenuti e gli approfondimenti dei “magazine”. Qualche anno fa la sua maggioranza è stata comprata da una società di Laurene Powell Jobs, vedova di Steve Jobs: quest’anno sono stati molto celebrati i risultati con gli abbonamenti digitali.

Wired è stata la testata più capace di rappresentare l’epoca del cambiamento tecnologico e dell’innovazione digitale da quando nacque nel 1993: oggi il campo si è affollato e quei temi sono coperti da molti, ma il brand è sempre molto amato e “cool”. È pubblicato dalla grande multinazionale editoriale Condé Nast (che ha anche Vanity Fair e il New Yorker), e ce n’è un’edizione italiana avviata nel 2009 da Riccardo Luna come direttore e che oggi è un trimestrale diretto da Federico Ferrazza che ha trovato una sua misura economica anche con un gran lavoro sugli eventi sponsorizzati.

The New Yorker è probabilmente il settimanale più ammirato del mondo – assieme all’Economist – per la sua qualità, i suoi numeri e i suoi risultati, famoso per la lunghezza avvincente e la profondità dei suoi articoli e per alcune storiche rubriche, oltre che per la scelta delle sue famose illustrazioni di copertina.

Giovedì è stato annunciato che il nuovo amministratore delegato dell’Atlantic sarà Nick Thompson, giornalista 45enne già direttore del sito del New Yorker e fino a oggi direttore di Wired.

Le due Americhe divise sul Covid e l’intelligenza di gregge che servirebbe

Nature Human Behaviour, Usa Today

Luca Angelini (Newsletter Corriere della Sera, 27/11/2020)

Forse vi ricorderete il racconto dell’infermiera del South Dakota che ha raccontato di aver tenuto la mano a pazienti ridotti in fin di vita dal Covid che continuavano a negare l’esistenza del virus. Massimo Gaggi aveva già indagato, sul Corriere, «il cuore scettico dell’America». Alia E. Dastagir, su Usa Today, ha messo assieme alcuni studi che testimoniano come il dilagare drammatico della pandemia negli Stati Uniti non abbia riavvicinato, come si poteva sperare, le due metà opposte dell’America.

Jay Van Bavel, co-autore di un articolo al riguardo pubblicato su Nature Human Behaviour, dice di essere rimasto sorpreso dal fatto che il virus, con il suo costo in vite umane, non abbia fatto cambiare idea di pari passo con il suo diffondersi: «Semmai è successo il contrario», ossia le posizioni si sono allontanate e fossilizzate ancor di più. Secondo Josh Clinton, politologo della Vanderbilt University, Democratici e Repubblicani, sulla pandemia, non erano tanto distanti a febbraio, quando vennero scoperti i primi casi, ma le posizioni si sono divaricate quando i politici — e i media apertamente schierati come Fox News — hanno preso il sopravvento sugli esperti di sanità.

La parte forse più interessante dell’articolo è quella sul probabile motivo per cui i fatti non facciano cambiare le opinioni. Ed ha a che fare, secondo Shana Gadarian, psicologa politica alla Syracuse University, con la ricerca e affermazione della propria identità (che, ci permettiamo di aggiungere, diventa sempre più ossessiva in un mondo in cui siamo assediati di continuo dalle identità altrui, attraverso i social). «Gli esperti dicono che lo schierarsi con una parte (partisanship) non è soltanto un’identità politica, è anche un’identità sociale — sintetizza Dastagir —. Le visioni espresse segnalano a quale gruppo politico si appartiene. Se essere un Repubblicano oggi significa non doversi preoccupare per il Covid-19 e non indossare una mascherina, allora chi si identifica come Repubblicano sente di dover abbracciare tale posizione». Fino all’estremo di non lavarsi le mani nemmeno in casa, dove nessuno ti vede, come ha scoperto Gadarian nelle sue ricerche.

Inutile aggiungere che in Rete uno trova, oltretutto, tutte le informazioni, o disinformazioni, per corroborare la propria opinione, ossia per sentirsi dire quel che ha già deciso di volersi sentir dire. Ed ecco costruiti i «mondi paralleli» in cui gli abitanti di ciascun mondo non hanno alcun punto di contatto con chi abita gli altri.

C’è qualche via d’uscita? Una sono le regole. Come fa giustamente notare Dastagir, «se ogni Walmart (la più grande catena di supermercati degli Usa, ndr) impone che tu indossi la mascherina, non importa di che partito sei, dovrai indossarla se vuoi fare la spesa». L’altra strategia è cercare di de-politicizzare il dibattito sul coronavirus e quello, incombente, sul vaccino, per non erodere la dose minima necessaria di fiducia nelle istituzioni che è necessaria per accettare le disposizioni sanitarie (ne avevamo parlato nella rassegna del 17 novembre).

Come dice Josh Clinton: «Forse dobbiamo pensare non in termini di “immunità di gregge” ma di “intelligenza di gregge”. Se riuscissimo ad avere abbastanza gente che la pensi allo stesso modo e lavori insieme come americani, allora forse potremo uscire dal tunnel e tornare a vedere la luce». Joe Biden sembra averlo capito: «Non siamo in guerra tra di noi, ma contro il virus» ha detto ieri rivolgendosi agli americani. Tutti.

Il caso Cambridge Analytica, spiegato bene

Perché Facebook è di nuovo oggetto di accuse e critiche su come gestisce i nostri dati, e cosa c’entrano Donald Trump e la Russia

di Emanuele Menietti – @emenietti (19 marzo 2018)

cambridge-analytica

Il CEO di Cambridge Analytica, Alexander Nix, durante una presentazione (Christian Charisius/picture-alliance/dpa/AP Images)

 

Nel fine settimana appena trascorso, Guardian e New York Times hanno pubblicato una serie di articoli che dimostrano l’uso scorretto di un’enorme quantità di dati prelevati da Facebook, da parte di un’azienda di consulenza e per il marketing online che si chiama Cambridge Analytica. La vicenda non è interessante solo perché dimostra – ancora una volta – quanto Facebook fatichi a tenere sotto controllo il modo in cui sono usati i suoi dati (che in fin dei conti sono i nostri dati), ma anche perché Cambridge Analytica ha avuto importanti rapporti con alcuni dei più stretti collaboratori di Donald Trump, soprattutto durante la campagna elettorale statunitense del 2016 che lo ha poi visto vincitore. La storia ha molte ramificazioni e ci sono aspetti da chiarire, compreso l’effettivo ruolo di Cambridge Analytica ed eventuali suoi contatti con la Russia e le iniziative per condizionare le presidenziali statunitensi e il referendum su Brexit nel Regno Unito. Ma partiamo dall’inizio.

 

Che cos’è Cambridge Analytica
Cambridge Analytica è stata fondata nel 2013 da Robert Mercer, un miliardario imprenditore statunitense con idee molto conservatrici che tra le altre cose è uno dei finanziatori del sito d’informazione di estrema destra Breitbart News, diretto da Steve Bannon (che è stato consigliere e stratega di Trump durante la campagna elettorale e poi alla Casa Bianca). Cambridge Analytica è specializzata nel raccogliere dai social network un’enorme quantità di dati sui loro utenti: quanti “Mi piace” mettono e su quali post, dove lasciano il maggior numero di commenti, il luogo da cui condividono i loro contenuti e così via. Queste informazioni sono poi elaborate da modelli e algoritmi per creare profili di ogni singolo utente, con un approccio simile a quello della “psicometria”, il campo della psicologia che si occupa di misurare abilità, comportamenti e più in generale le caratteristiche della personalità. Più “Mi piace”, commenti, tweet e altri contenuti sono analizzati, più è preciso il profilo psicometrico di ogni utente.

 

Cosa se ne fa Cambridge Analytica dei dati
Oltre ai profili psicometrici, Cambridge Analytica ha acquistato nel tempo molte altre informazioni, che possono essere ottenute dai cosiddetti “broker di dati”, società che raccolgono informazioni di ogni genere sulle abitudini e i consumi delle persone. Ogni giorno lasciamo dietro di noi una grande quantità di tracce su ciò che facciamo, per esempio quando usiamo le carte fedeltà nei negozi o quando compriamo qualcosa su Internet. Immaginate la classica situazione per cui andate sul sito di Amazon, cercate un prodotto per vederne il prezzo, poi passate a fare altro e all’improvviso vi trovate su un altro sito proprio la pubblicità di quel prodotto che eravate andati a cercare. Ora moltiplicate questo per milioni di utenti e pensate a qualsiasi altra condizione in cui la loro navigazione possa essere tracciata. Il risultato sono miliardi di piccole tracce, che possono essere messe insieme e valutate. Le informazioni sono di solito anonime o fornite in forma aggregata dalle aziende per non essere riconducibili a una singola persona, ma considerata la loro varietà e quantità, algoritmi come quelli di Cambridge Analytica possono lo stesso risalire a singole persone e creare profili molto accurati sui loro gusti e su come la pensano.

 

Cambridge Analytica dice di avere sviluppato un sistema di “microtargeting comportamentale”, che tradotto significa: pubblicità altamente personalizzata su ogni singola persona. I suoi responsabili sostengono di riuscire a far leva non solo sui gusti, come fanno già altri sistemi analoghi per il marketing, ma sulle emozioni degli utenti. Se ne occupa un algoritmo che era stato inizialmente sviluppato dal ricercatore di Cambridge Michal Kosinski, che da anni lavorava per migliorarlo e renderlo più accurato. Il modello era studiato per prevedere e anticipare le risposte degli individui. Kosinski sostiene che siano sufficienti informazioni su 70 “Mi piace” messi su Facebook per sapere più cose sulla personalità di un soggetto rispetto ai suoi amici, 150 per saperne di più dei genitori del soggetto e 300 per superare le conoscenze del suo partner. Con una quantità ancora maggiore di “Mi piace” è possibile conoscere più cose sulla personalità rispetto a quante ne conosca il soggetto.

 

Ok, ma Facebook cosa c’entra?
Per capire il ruolo di Facebook nella vicenda dobbiamo fare qualche passo indietro: fino al 2014, anno in cui un altro ricercatore dell’Università di Cambridge, A. Kogan, realizzò un’applicazione che si chiamava “thisisyourdigitallife” (letteralmente “questa è la tua vita digitale”), una app che prometteva di produrre profili psicologici e di previsione del proprio comportamento, basandosi sulle attività online svolte. Per utilizzarla, gli utenti dovevano collegarsi utilizzando Facebook Login, il sistema che permette di iscriversi a un sito senza la necessità di creare nuovi username e password, utilizzando invece una verifica controllata da Facebook. Il servizio è gratuito, ma come spesso avviene online è in realtà “pagato” con i dati degli utenti: l’applicazione che lo utilizza ottiene l’accesso a indirizzo email, età, sesso e altre informazioni contenute nel proprio profilo Facebook (l’operazione è comunque trasparente: Facebook mostra sempre una schermata di riepilogo con le informazioni che diventeranno accessibili).

 

Tre anni fa circa 270mila persone si iscrissero all’applicazione di Kogan utilizzando Facebook Login, accettando quindi di condividere alcune delle loro informazioni personali. All’epoca Facebook permetteva ai gestori delle applicazioni di raccogliere anche alcuni dati sulla rete di amici della persona appena iscritta. In pratica, tu t’iscrivevi e davi il consenso per condividere alcuni dei tuoi dati e l’applicazione aveva il diritto di raccogliere altre informazioni dai tuoi amici, senza che fossero avvisati (la possibilità era comunque indicata nelle infinite pagine delle condizioni d’uso di Facebook). In seguito Facebook valutò che la pratica fosse eccessivamente invasiva e cambiò i suoi sistemi, in modo che le reti di amici non fossero più accessibili alle app che utilizzano Facebook Login.

 

L’applicazione di Kogan fece in tempo a raccogliere i dati sulle reti di amici dei 270mila suoi iscritti, arrivando quindi a memorizzare informazioni di vario tipo su 50 milioni di profili Facebook (la stima è del New York Times e del Guardian: per alcuni è sovradimensionata, per altri comprende per lo più dati inutili). Kogan fu quindi in grado di costruire un archivio enorme, comprendente informazioni sul luogo in cui vivono gli utenti, i loro interessi, fotografie, aggiornamenti di stato pubblici e posti dove avevano segnalato di essere andati (check-in).

 

Ma se Facebook lo lasciava fare, dov’è il problema?
Fino a quando l’app di Kogan ha raccolto dati sulle reti social degli utenti non c’è stato nulla di strano, perché in quel periodo la pratica era consentita. I problemi sono nati dopo, quando Kogan ha condiviso tutte queste informazioni con Cambridge Analytica, violando i termini d’uso di Facebook. Il social network vieta infatti ai proprietari di app di condividere con società terze i dati che raccolgono sugli utenti. Per i trasgressori sono previste sanzioni come la sospensione degli account, provvedimento che può determinare la fine del tuo intero modello di business, se questo si basa sui dati e le possibilità di accesso all’applicazione che hai costruito tramite il social network. A quanto sembra, nel caso di Cambridge Analytica la sospensione è arrivata molto tardivamente.

 

Christopher Wylie, ex dipendente di Cambridge Analytica e principale fonte del Guardian per questa storia, sostiene che Facebook fosse al corrente del problema da circa due anni. Come sostengono anche i legali dell’azienda, temendo una sospensione fu la stessa Cambridge Analytica ad autodenunciarsi con Facebook, dicendo di avere scoperto di essere in possesso di dati ottenuti in violazione dei termini d’uso e di averne disposto subito la distruzione. Se così fosse, però, non è chiaro perché Facebook abbia deciso di sospendere Cambridge Analytica solo venerdì 16 marzo, e solo dopo essere venuto a conoscenza dell’imminente pubblicazione degli articoli sul caso da parte del Guardian e del New York Times.

 

https://twitter.com/chrisinsilico/status/975335430043389952

Christopher Wylie 

✔@chrisinsilico

 

Suspended by @facebook. For blowing the whistle. On something they have known privately for 2 years.

Falla? Quale falla?
I giornalisti del Guardian dicono di avere ricevuto forti pressioni da Facebook nei giorni prima della pubblicazione degli articoli, soprattutto per non definire “falla” il meccanismo che consentì a Kogan e poi a Cambridge Analytica di ottenere quell’enorme quantità di dati. Una singola parola può sembrare poca cosa, ma in realtà è centrale in questa vicenda. Da un punto di vista prettamente informatico e di codice non c’è stata nessuna falla: Kogan non ottenne i dati sfruttando qualche errore o buco nel codice che fa funzionare Facebook, semplicemente sfruttò un sistema che all’epoca era lecito e contemplato nelle condizioni d’uso. L’integrità informatica di Facebook non è stata quindi violata in nessun modo, e su questo punto i suoi responsabili puntano comprensibilmente molto per tranquillizzare gli utenti e ridimensionare l’accaduto. D’altra parte, non si può negare che le condizioni d’uso di Facebook fossero “fallate”, visto che permettevano una raccolta di informazioni sproporzionata e senza che se ne potessero rendere facilmente conto le persone comprese nelle reti di amici. Il fatto che la pratica fosse lecita non riduce la sua portata o gli effetti che poi nei fatti ha avuto.

 

Ricapitolando:
• c’è una società vicina alla destra statunitense, Cambridge Analytica, che raccoglie dati personali per creare profili psicologici degli utenti da usare in campagne di marketing super mirate;
• viene sospesa di colpo da Facebook con l’accusa di avere usato dati raccolti sul social network che non le appartenevano;
• Guardian e New York Times pubblicano articoli accusando Facebook di avere reso possibile la raccolta, seppure non attivamente, e di avere poi sottovalutato o nascosto la cosa.

 

Ora che abbiamo raccolto le idee, possiamo passare all’ultima parte della storia: cosa c’entrano Trump e Brexit.

 

Trump e le presidenziali del 2016
Venerdì 16 marzo il procuratore speciale Robert Mueller, che indaga sulle presunte interferenze della Russia nelle elezioni statunitensi e sull’eventuale coinvolgimento di Trump, ha chiesto che Cambridge Analytica fornisca documenti sulle proprie attività. Il sospetto è che l’azienda abbia in qualche modo facilitato il lavoro della Russia per fare propaganda contro Hillary Clinton e a favore di Trump.

Nell’estate del 2016, il comitato di Trump affidò a Cambridge Analytica la gestione della raccolta dati per la campagna elettorale. Jared Kushner, il genero di Donald Trump, aveva assunto un esperto informatico, Brad Pascale, che era poi stato contattato da Cambridge Analytica per fargli provare le loro tecnologie. Steve Bannon, all’epoca capo di Breitbart News e manager della campagna elettorale, sostenne l’utilità di avere una collaborazione con Cambridge Analytica, di cui era stato vicepresidente. Non sappiamo quanto l’azienda abbia collaborato né con quali strumenti, ma dalle indagini condotte finora (giudiziarie, parlamentari e giornalistiche) sappiamo che comunque l’attività online pro-Trump fu molto organizzata e su larga scala.

 

Furono usate grandi quantità di account fasulli gestiti automaticamente (“bot”) per diffondere post, notizie false e altri contenuti contro Hillary Clinton, modulando la loro attività a seconda dell’andamento della campagna elettorale. Gli interventi erano quasi sempre in tempo reale, per esempio per riempire i social network di commenti durante i dibattiti televisivi tra Trump e Clinton, gli eventi più attesi e seguiti dagli elettori. Ogni giorno venivano prodotte decine di migliaia di annunci pubblicitari, sui quali misurare la risposta degli utenti online e ricalibrarli privilegiando quelli che funzionavano di più. Tutte attività sulle quali da anni Cambridge Analytica dice di avere grandi capacità e conoscenze.

 

Cambridge Analytica e la Russia
Anche grazie a un’inchiesta del Wall Street Journal, dalla scorsa estate ci sono nuovi e consistenti indizi sul fatto che Michael Flynn, l’ex consigliere della sicurezza nazionale di Trump, avesse stretti legami con la Russia e le attività per interferire nelle elezioni. Da un documento fiscale sappiamo inoltre che Flynn ebbe un ruolo da consigliere per una società legata all’analisi di dati online che ha aiutato il comitato elettorale di Trump. Quell’azienda era proprio Cambridge Analytica, che ora sta collaborando con la giustizia statunitense, negando comunque di avere fatto qualcosa di illecito.

 

Al momento non sappiamo se la grande quantità di dati raccolta da Cambridge Analytica, comprese le informazioni ottenute da Facebook, sia stata passata alla Russia. E se così fosse non è comunque detto che sia stata direttamente Cambridge Analytica a farlo. Non sappiamo nemmeno di quanto si sia avvalso degli strumenti dell’azienda il comitato di Trump, a fronte del grande impegno online per la propaganda elettorale.

 

Brexit
Nel maggio del 2017 il Guardian aveva già dedicato una lunga inchiesta a Cambridge Analytica e al suo ruolo nella campagna referendaria per Brexit. Secondo l’articolo, l’azienda aveva collaborato alla raccolta di dati e informazioni sugli utenti, utilizzati poi per condizionarli e fare propaganda a favore dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Tramite Mercer, Bannon e lo stesso Trump, la società era di fatto in contatto con i principali sostenitori del “Leave” compreso il leader del partito populista UKIP, Nigel Farage. Il Guardian aveva anche messo in evidenza strani passaggi di denaro verso il comitato del “Leave”. Dopo quell’articolo, Cambridge Analytica avviò un’azione legale contro il Guardian.

 

Ok, ma anche Obama “vinse grazie a Facebook”
In molti hanno fatto notare che i sistemi utilizzati da Cambridge Analytica sono tali e quali alle soluzioni impiegate dai comitati elettorali di Barack Obama nel 2008 e nel 2012, quando fu eletto per due volte presidente degli Stati Uniti. In parte è vero: durante le due campagne elettorali fu raccolta una grande mole di dati sugli utenti per indirizzare meglio pubblicità politiche e coinvolgerli online. Dalla seconda elezione di Obama a quella di Trump sono però passati quattro anni, un periodo di tempo che ha permesso ulteriori evoluzioni dei sistemi per produrre campagne mirate e soprattutto per raccogliere molti più dati e incrociarli tra loro. Il comitato elettorale di Obama parlava a generici gruppi di persone con interessi comuni, Cambridge Analytica a utenti per i quali individua profili psicologici e comportamentali in modo molto più raffinato.

 

Fumo e arrosto
In tutta questa vicenda al momento ci sono moltissimo fumo e indizi che qualcosa sia effettivamente bruciato, ma nessuno ha ancora trovato l’arrosto, la prova definitiva e incontrovertibile, soprattutto sugli eventuali legami tra Trump, Russia e Cambridge Analytica. Alcune valutazioni nell’inchiesta sul Guardian suonano un po’ esagerate, considerato che molte cose sul funzionamento di Cambridge Analytica e sulla raccolta dati tramite Facebook erano già note.

 

L’inchiesta del Guardian ha però il pregio di portare nuovi elementi nel grande dibattito sulle notizie false, sulla propaganda e sulla facilità di diffusione di questi contenuti tramite un uso distorto dei social network. Dimostra che Facebook è probabilmente in buona fede, ma continua ad avere un enorme problema nel garantire che non si faccia un uso non autorizzato dei nostri dati. Facebook continua a fidarsi troppo degli sviluppatori e a non avere strumenti per prevenire un utilizzo distorto dei dati: può punire chi non rispetta le regole, ma non può fare molto per evitare che i dati siano consegnati ad altri e poi ad altri ancora, come probabilmente è avvenuto nel caso di Cambridge Analytica. La posizione di Facebook è ulteriormente complicata dal fatto che usa sistemi di raccolta e analisi simili per il suo servizio di marketing interno, attraverso cui tutti possono organizzare campagne pubblicitarie sul social network, e che costituisce la sua principale fonte di ricavo.

 

Lo stesso problema riguarda buona parte delle altre aziende attive online e che offrono gratuitamente i loro servizi, in cambio della pubblicità e della raccolta di informazioni sugli utenti. In misure diverse, vale per esempio per Google e Twitter. Mentre negli ultimi anni l’Unione Europea ha avviato iniziative per arginare il problema, inasprendo le regole sulla privacy, negli Stati Uniti il mercato dei dati non ha subìto particolari limitazioni. Le richieste negli ultimi giorni di politici e membri del Congresso a Facebook di chiarire meglio la propria posizione, chiedendo che sia anche organizzata un’audizione parlamentare per il CEO Mark Zuckerberg, indicano che qualcosa potrebbe cambiare anche negli Stati Uniti. Una regolamentazione più precisa è del resto attesa da tempo da organizzazioni e attivisti per la tutela della privacy online.

© Il Post – Url originale: https://www.ilpost.it/2018/03/19/facebook-cambridge-analytica/

 

L’ex ragazza di Cambridge Analytica «Manipolavamo tutto: voti, comportamenti e coscienze»

Britanny Kaiser è stata direttrice del settore Business della società degli scandali. Oggi ammette: «Avevo bisogno di soldi, poi ho smarrito la mia bussola etica»

Brittany Kaiser, former employee of Cambridge Analytica, on July 31 in Washington, DC.

«Esiste ormai un’industria della persuasione politica che fattura miliardi di dollari: usa potentissimi strumenti informatici e anche psicologici per alterare le scelte dei cittadini. Quando votano, ma non solo. Sono aziende costruite per produrre servizi di propaganda e disinformazione: prendono di mira i singoli individui, ne ricostruiscono idee, abitudini e vulnerabilità attraverso i loro dati personali e li spingono a cambiare comportamento. Facendo, a volte, perfino scelte contrarie ai loro interessi. Cambridge Analytica era all’avanguardia in queste tecniche di manipolazione delle coscienze. Oggi non c’è più, ma esistono altre imprese simili». Brittany Kaiser, 33enne, texana, lo sa meglio di chiunque altro: ha lavorato per 3 anni e mezzo nel cuore di Cambridge Analytica. Ha chiuso con questa società solo dopo che un ex dipendente, Christopher Wylie, era uscito allo scoperto denunciando i misfatti dell’azienda e del suo capo, Alexander Nix. Più pentita che informatrice (o whistleblower come dicono gli americani), Brittany ha avuto un ruolo fondamentale nel rivelare al mondo, a cominciare dai Parlamenti di Washington e Londra, il modo in cui Cambridge Analytica e la sua società madre, la SCL, sono intervenute nella Brexit, nelle presidenziali americane del 2016, ma anche in tante altre elezioni in giro per il mondo, dalla Nigeria all’Indonesia ai Caraibi. Gentile, riflessiva, ma anche spavalda, con un cappellone da americana in vacanza ai tropici ben calcato sulla fronte, Brittany accetta di raccontare a 7 la sua straordinaria avventura ai confini più avanzati della manipolazione delle coscienze. Un’avventura fatta di uso politico di big data, della psicologia e delle scienze comportamentali.

Le cose che ha denunciato nel 2018 sono state molto utili, ma prima, da donna progressista che aveva cominciato a lavorare quasi da bambina per il partito democratico – volontaria a 15 anni per le campagne elettorali di Howard Dean e, poi, di John Kerry – ha partecipato a operazioni spregiudicate, frequentando personaggi della destra populista e trumpiana, da Steve Bannon a Kellyanne Conway. Fino a Rebekah Mercer, la miliardaria finanziatrice della campagna di Trump. Ambizione? Ingenuità?
«Posso cercare tante spiegazioni. Ho iniziato la mia carriera lavorando per la campagna di Obama nel 2008, dopo averlo incontrato quattro anni prima, alla convention democratica di Boston, ed essermi entusiasmata per il suo impegno ambientalista. Poi, dopo la rielezione del 2012, i suoi strateghi, David Axelrod e Jim Messina, sono diventati consulenti privati, anche per partiti politici stranieri. A me è capitata l’occasione di Cambridge Analytica. Avevo bisogno di soldi per aiutare i miei genitori in difficoltà. Avrei preferito lavorare per i progressisti, ma il partito democratico era già pieno di consulenti. È così, ma, alla fine, la verità è che in un certo periodo della mia vita mi sono persa, ho smarrito la mia bussola etica».

Chiusa in una bolla come la echo chamber del web nella quale molti cercano conferme delle loro convinzioni, più che confrontarsi con opinioni diverse?
«Sì, vivevo in una bolla: un mondo seducente nel quale avevo accesso a gente molto potente. E non sapevo tutto. Le tecniche usate dal team della pubblicità, ad esempio, le ho scoperte dopo: non lavoravano nei nostri uffici e non vedevo i loro computer. Ma vedevo quello che Trump diceva e faceva, sapevo che lo avevamo aiutato e non potevo essere contenta. Sapevo che eravamo una società che non si limitava a diffondere quei messaggi: li aveva creati».

Lei è lucida e dettagliata nel raccontare in Targeted , il libro che ha appena pubblicato, i suoi anni a Cambridge Analytica. Deve avere una memoria fotografica e grandi capacità analitiche. Come mai lei e gli altri giovani del team – brillanti, plurilaureati e, spesso, progressisti – non avete obiettato? Non discutevate tra voi?
«Il caso che è esploso è quello delle presidenziali 2016, ma la società era grande, lavoravamo su molte elezioni in giro per il mondo. Sviluppavamo anche progetti commerciali, non solo politici. Trump era uno dei tanti clienti. Importante, ma uno dei tanti. Prima lavoravamo per Ted Cruz, un suo rivale. Quanto a me, è vero, ho una memoria fotografica. Ma ho anche potuto portare via da Cambridge Analytica i miei computer intatti, con dentro tutto: anni di email, telefonate, resoconti dei meeting».

Nel libro lei cerca di spiegare il perché dei suoi errori, ma ha anche l’onestà di raccontare episodi come la sua partecipazione ad eventi della NRA, la lobby delle armi, o alla CPAC, la conferenza annuale degli ultraconservatori. Le piaceva vedere Dick Cheney salire sul palco col sottofondo musicale di Darth Vader.
«È vero. Riavvolgendo il film di quegli anni ho dovuto ammettere con orrore di aver aderito alla NRA, ho indossato anche il loro cappello. E poi, sì, sono salita sul palco della CPAC, in diretta tv davanti a diecimila persone. Era contro le mie idee, ma mi faceva piacere. Mi piaceva essere nel cuore del potere, ero orgogliosa di essere stata scelta per rappresentare l’azienda. Mentirei se non dicessi che penso ancora a quei momenti con un po’ di rammarico».

Come giudica il ruolo della stampa? Quella anglosassone si è scatenata, ma solo quando, dopo 15 anni di elezioni alterate da Alexander Nix in giro per il mondo, sono finiti nel mirino Stati Uniti e Gran Bretagna.
«La stampa ha avuto un ruolo straordinario, anche se a volte è stata dura e anche prevenuta, con me. Tenga conto che Nix tenne le attività di SCL e Cambridge Analytica segrete, salvo i rapporti con i clienti, fino al novembre 2014 quando vincemmo 33 gare elettorali per il Congresso statunitense nelle elezioni di mid term. A quel punto decise di capitalizzare il successo dando più visibilità al nostro lavoro. Cominciò perfino a concedere alcune interviste».

Cambridge Analytica si era impegnata con Facebook a cancellare il database raccolto dal professor Kogan, il docente di Cambridge che lo aveva ricevuto per motivi di ricerca e poi lo aveva girato a voi. Quei dati non furono cancellati: continuaste a usare anche informazioni su decine di milioni di persone che non avevano dato il loro consenso alla cessione dei dati. Nix non capiva che stava pubblicizzando anche attività illegali? «Penso di no, parlava spesso e con orgoglio di questo enorme database di Facebook: era il nostro tavolo di lavoro. Non ci vedevamo nulla di illegale».

Questo prima del 2015, quando Facebook chiese di cancellare quel database e voi assicuraste di averlo fatto.
«No, anche dopo. Sapevamo di Kogan, ma il suo era uno dei tanti archivi usati da Cambridge Analytica. Pensavamo sempre di lavorare su informazioni che avevamo legalmente. Solo più tardi ho scoperto che quei dati non erano mai stati cancellati: Facebook si era limitata a mandare una mail per chiedere di eliminarli, senza effettuare, poi, alcuna verifica».

Avete usato questi dati in vari modi. Qual è il più pericoloso?
«Gli strumenti sono tanti: le psy-ops, operazioni psicologiche, il confronto dei dati individuali, la costruzione di modelli che aiutano a completare i profili carenti. Ad esempio sappiamo che gli oppositori di Trump tendono ad avere automobili straniere, a fare vacanze in Florida e a mandare i figli in certe università. Questi sistemi di microtargeting consentono di individuare, tra le persone avverse al tuo candidato, quelle meno impegnate, le più disilluse. In politica sono i swing voters . Nel marketing commerciale sono chiamati brand switchers. Sono i persuadables: ti concentri su di loro, inutile perdere tempo con chi già ha convinzioni forti. Capisci quali sono gli elettori potenziali del tuo avversario e li allontani dalle urne con pressioni psicologiche di vario tipo. Questa è l’arma più potente, la più pericolosa per la democrazia: inviare loro, al momento giusto, messaggi fuorvianti, costruiti per istillare paura e insicurezza. Spesso basta spostare l’1 o il 2 per cento per cambiare l’esito di un voto. Trump ha vinto nei tre Stati decisivi per poche migliaia di voti».

Lei parla di Mark Zuckerberg come di un moderno dittatore. Un dittatore dei dati. Ma lui sapeva come venivano usati politicamente quelli di Facebook?
«All’inizio pensava solo a creare nuove fonti di fatturato consentendo ai suoi clienti di costruire applicazioni che macinavano, a pagamento, i suoi dati. Detta così suona innocente, ma quando sei una compagnia che connette a miliardi di persone e offri ai tuoi clienti la possibilità di accedere a tutte le informazioni personali di questo universo umano… Beh, parlare di negligenza è riduttivo. E poi la fiducia cieca negli algoritmi. Sa che, nella sua ricerca automatica di talenti, Facebook si è rivolta anche a me: due settimane fa mi è arrivato un invito a join the team. Buffo no?».

Move fast and break things (muoviti rapidamente e rompi finché puoi), un famoso slogan di Mark Zuckerberg, incarna la filosofia della disruption , diffusa nella Silicon Valley. Steve Bannon, il rivoluzionario della destra sovranista che fu l’architetto della campagna 2016 di Trump, sostiene che per cambiare le società dei vari Paesi bisogna prima romperle. Lei che ha lavorato con i materiali di Facebook e conosciuto bene Bannon vede una connessione tra le due cose?
«Domanda fantastica. Credo che la natura e le intenzioni di Zuckerberg e Bannon siano simili. Seguono la stessa logica: per fare in modo che le cose vadano come vuoi tu devi imporre le tue regole. Le devi creare tu stesso dimostrando che il vecchio modello non funziona più. Steve l’ha fatto a tappeto negli Usa e poi anche in molti Paesi europei, compresa l’Italia. Mark lo ha fatto cercando di rompere le regole che in giro per il mondo limitavano l’attività di Facebook. Oggi siamo a un bivio: lasciare libera Facebook di fare ciò che vuole o fissare regole che impediscano a Zuckerberg di rompere altre cose?».

Lei, che era la pedina di un gioco perverso, ora cerca la redenzione diventando testimonial di una campagna per uscire dal tunnel della manipolazione degli elettori. Al di là dei giudizi etici sulle sue scelte, rimane il valore della sua denuncia: l’unica, insieme a Wylie, che ha raccontato i fatti davanti alle commissioni parlamentari, nel documentario The Great Hacke ora in Targeted , il suo libro appena pubblicato da HarperCollins che uscirà tra pochi giorni anche in Italia col titolo La dittatura dei dati . Può provare a spiegare in breve quali sono i dati prelevati da ogni cittadino e come possono essere usati per alterare i suoi giudizi?
«Con queste tecniche puoi osservare ogni individuo in tutta la sua vita digitale: ogni informazione che passa dal tuo smartphone o dalle carte di credito – dove vai, cosa compri, cosa leggi, le persone che contatti, i messaggi che scambi, i giudizi che dai con i like – finisce nel tuo profilo personale. E quello che vedi sullo schermo è fatto per influenzare il tuo giudizio».

In che senso?
«Accade quando sei sui social media come Facebook o Twitter, quando scambi email o quando fai ricerche su Google. I risultati, la pubblicità, gli articoli che ti arrivano sono messi lì con un proposito, non c’è niente di casuale. Non te ne rendi conto, ma sei bersaglio di strategie sofisticate, basate anche sulle tecniche della psicografica: l’analisi dei profili psicologici e delle fragilità di ognuno di noi. Se sfrutti queste debolezze per vendere prodotti commerciali è un conto. Con la politica le cose cambiano».

Da quando queste tecniche vengono usate e sono diventate efficaci? E lei quando se n’è accorta?
«Devo essere onesta: l’ho capito poco dopo essere stata assunta. Prima nemmeno sapevo dell’esistenza di società specializzate nel tentativo di alterare la volontà degli elettori. Ma ricordo che, in una delle prime riunioni a cui partecipai, Nix disse: “Noi non siamo una società che vende pubblicità: noi cambiamo i comportamenti della gente”. L’esempio classico che faceva ai clienti era quello del cinema. Se vuoi vendere più Coca-Cola durante uno spettacolo puoi fare una pubblicità martellante, ma funziona di più alzare la temperatura nella sala: alla gente viene sete e beve di più. La potenza di questi strumenti è aumentata molto negli ultimi anni grazie ai progressi dell’intelligenza artificiale. Ma le tecniche psicologiche si usavano già prima dell’era di Internet: la SCL le usava fin dagli anni Novanta. Nix si vantava di aver contribuito a cambiare il risultato di varie elezioni, dalla Nigeria a Trinidad & Tobago, a cominciare da quelle del 1999 in Indonesia».

Una vera galleria degli orrori politici.
«Sì, accaduti prima del mio arrivo nella società, ma avrei dovuto capire e trarne le conseguenze. Non è andata così, come le ho detto. Quando è venuto fuori il caso, ho capito che raccontare la mia storia e tutto quello che sapevo era l’unico modo per far vedere alla gente cosa è accaduto e per prepararla a cosa potrebbe accadere in futuro. D’ora in poi mi dedicherò a questo».

15 novembre 2019

© Corriere della Sera

 

Le parole della politica e la misura perduta

di Giuseppe De Rita

Illustrazione di Doriano Solinas

Nella dialettica sociopolitica attuale sta diventando una rarità assoluta quel che viene di solito denominato come «eloquio misurato». Da una parte l’eloquio è stato progressivamente appesantito di valenze teatrali, aggressive, spesso volgari. Ma ancora più pericolosa è la contemporanea scomparsa della «misura» nell’esprimersi: nessuno si sente bravo se non è rapido, incisivo e scioccante, quasi che voglia terminare il messaggio nel più breve tempo possibile, senza preoccuparsi del ritmo e della misura necessari in ogni discorso pubblico. Si potrà giustificare la cosa avvertendo che, in una comunicazione dominata dai social media, l’importante per chi comunica non è ragionare e meno ancora convincere, ma è solo «dichiarare», con la frase di maggiore impatto possibile; senza preoccuparsi per quel che succede poi, basta solo aspettare un’altra incisiva dichiarazione, perché possa attuarsi la nuova moda della politica circolare, parallela della più studiata economia circolare. Il misurato eloquio non ha proprio spazio, anche nelle sedi per esso più tradizionali: così nel discorso parlamentare (per decenni lo strumento principe della stabilità politica) esso è doppiamente superato: fuori dalle aule, dall’efflorescenza smisurata dei social; e dentro le aule, dalle ondate di polemiche fatte col «voi» e a brutto muso.

Nel panorama complessivo restano alcune relazioni annuali di qualche autorità indipendente a coltivare il misurato eloquio; ma non arrivano alla generale opinione pubblica e restano quindi fatalmente minoritarie. Eppure di misura abbiamo un assoluto bisogno: ci vuole un misurato approccio per mettere ordine nel crescere della confusione e dei conflitti; ci vuole misurata definizione della nostra composizione sociale per mettere ordine nella nostra identità nazionale e nelle nostre appartenenze internazionali; ci vuole una misurata formazione della opinione pubblica per dare a tutti la consapevolezza che, senza il dono della misura, tutto diventa smisurato e quindi ingovernabile. Non dimentichiamoci che per gli antichi greci la dismisura era il peggior peccato; ma temo che pochi abbiano oggi interesse per quel tipo di pensiero.

Dicevano sempre gli antichi greci che la misura non è un dono di natura, ma l’espressione di una buona cultura generale, liceale si diceva una volta; ed è nei fatti il frutto di un continuato esercizio culturale, dove si deve sapere cosa è l’esametro, ripetendo ad alta voce Eschilo e Catullo; dove si deve imparare qualche orazione ciceroniana per capire cosa è la retorica e come parlare in pubblico; dove si deve mandare a memoria Foscolo e Leopardi per avvertire il senso profondo dell’espressione e la sua durata.

Anche nella misura stiamo verosimilmente diventando degli analfabeti di ritorno (forse analfabeti tout court) e non consola il fatto che molti giovani parleranno inglese (anzi americano) e la loro misura non si formerà nella lingua italiana, ma nella morfologia americana dei pensieri e delle frasi (certo però non nello shakespeariano Enrico V della vigilia di Azincourt). Immagino già i sorrisi su una riflessione così nostalgica. Ma nessuna accusa di questo tipo mi convincerà del contrario: che si possa cioè vivere bene scivolando progressivamente, forse sbracando, nella dismisura, spesso puramente e volutamente teatrale, di ogni dichiarazione pubblica.

Articolo pubblicato su Corriere della Sera il 2 agosto 2019

Come uscire dalla bolla

Leggere opinioni opposte alle nostre potrebbe non aiutare ad allargare il nostro punto di vista: l’economista Tyler Cowen propone allora un metodo alternativo

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Tyler Cowen è un economista e divulgatore statunitense, autore di un blog molto popolare – Marginal Revolution – e di libri tradotti anche in Italia. Collabora con varie testate, tra cui il New York Times e Bloomberg.

Original post: Il Post

Spesso mi capita di ricevere richieste dai lettori e di recente mi è stato chiesto di indicare delle «regole valide per evitare la propria bolla». Quello che intendeva la persona che mi ha scritto era come evitare di leggere troppi articoli scritti da persone che condividono la sua stessa opinione, per riuscire a mantenere una posizione equilibrata in un’epoca di crescente polarizzazione. Ovviamente non sempre una posizione “equilibrata” è anche la più corretta. Capire le opinioni degli altri e tenere a mente i limiti del proprio punto di vista, però, sembra comunque essere una cosa preziosa. Purtroppo non è semplice come potrebbe sembrare.

Potreste provare a leggere più autori che hanno punti di vista diversi dai vostri. Read Across the Aisle, per esempio, è un’app che incoraggia gli utenti a leggere importanti intellettuali con opinioni diverse dalle proprie. Purtroppo un’apparente soluzione come questa potrebbe peggiorare i vostri problemi. Quando persone con punti di vista diversi si incontrano per scambiarsi opinioni, spesso finiscono per allontanarsi ancora di più. Su questo argomento il giurista ed editorialista di Bloomberg Cass Sunstein, specializzato sul tema, ha scritto:

È improbabile che il modo sempre più popolare di presentare le divergenze politiche in tv e alla radio – cioè con dei “pro” e “contro” semplici e stilizzati, spesso esposti da estremisti con visioni dogmatiche – migliori di molto le cose, e anzi potrebbe peggiorarle. Studi psicologici hanno dimostrato che le persone manifestano un “pregiudizio di conferma”: significa che se hanno un’opinione su una certa tematica, questa loro convinzione sarà rafforzata dalle argomentazioni faziose provenienti da entrambe le parti del dibattito. Se i telespettatori ritengono la pena di morte illegittima, probabilmente l’esposizione alle argomentazioni a favore e contro la pena di morte consolideranno la loro idea preesistente. Se nei programmi in televisione o in radio le posizioni a favore o contrarie vengono presentate da persone tra cui c’è un rapporto di diffidenza, e che si attaccano a vicenda sulle motivazioni di quelle posizioni, la polarizzazione politica si intensificherà, dal momento che gli spettatori tendono a identificarsi con una delle parti e rappresentare in modo caricaturale la posizione opposta.

Visto l’estremismo che circola su Twitter e le “notizie false” su Facebook, è difficile non avere il sospetto che i social network stiano peggiorando alcuni dei nostri problemi politici. A essere onesto, recentemente ho sperimentato in prima persona gli effetti di questa mentalità polarizzante su Twitter. Qualche anno fa le cose che scrivevano le persone con cui non ero d’accordo riuscivano in una certa misura a spostare la mia opinione nella loro direzione. Oggi è più probabile che finisca semplicemente per avere un giudizio peggiore di loro (probabilmente per alcune persone succede lo stesso con me). Mi dispiace riconoscere questo atteggiamento in me stesso, ma credo che sia meglio ammetterlo. Il fatto che in una certa misura sia diventato più agnostico nella mia comprensione del mondo deriva soprattutto dalla mia incapacità di prevedere alcuni eventi fondamentali, piuttosto che dalle brillanti argomentazioni esposte da intellettuali che hanno posizioni opposte alle mie.

Cos’altro potrebbe funzionare, quindi?

Secondo un’altra corrente di pensiero dovremmo uscire e incontrare più spesso le persone con cui non siamo d’accordo. Provare antipatia per le persone è molto più difficile quando ci si trova faccia a faccia, invece che su internet. Potreste inserirvi in un ambiente in cui siete in minoranza, perché in questo modo proverete un bisogno istintivo di ingraziarvi gli altri. Se avete posizioni conservatrici, quindi, passate del tempo con accademici che si occupano di studi umanistici. Se siete dei progressisti, fate visita a un gruppo religioso conservatore. Tutti noi abbiamo sentito aneddoti – o magari li abbiamo vissuti in prima persona – sugli elettori di Hillary Clinton che dicevano di non conoscere un solo sostenitore di Donald Trump.

Se da una parte le conversazioni fatte dal vivo sono una delle soluzioni migliori al problema, dall’altra possono però essere dispendiose in termini di tempo o soldi, oltre al fatto che stabilire i giusti contatti sociali non è sempre facile. Per questo ho una seconda proposta, che potreste trovare meno gradevole, forse proprio perché potrebbe rivelarsi efficace: tenete un diario, scrivete un blog o create un nuovo account Twitter anonimo. Usando quel mezzo, scrivete di tanto in tanto delle cose a sostegno di posizioni con cui non siete d’accordo. Cercate di farle sembrare il più convincenti possibile. Se ne avete bisogno, per mantenere il vostro equilibrio interiore, scrivete un dialogo tra due posizioni opposte, come fecero Platone e David Hume in alcune delle loro migliori opere filosofiche. Non c’è bisogno di farlo spesso. Presentate però la migliore argomentazione per un punto di vista opposto al vostro, almeno una volta al mese. Se non vi fidate dell’anonimato che garantisce il mezzo che avete scelto, distruggete o cancellate le cose che avete scritto. Il mio collega alla George Mason University Bryan Caplan ha elaborato quello che chiama “il test di Turing ideologico”. Il test di Turing originale serve a verificare se le risposte date da un computer sono indistinguibili da quelle di un essere umano. L’obiettivo di un test di Turing ideologico è vedere se siete in grado di scrivere l’argomentazione di un sostenitore di Trump o Clinton, o comunque di un punto di vista contrario al vostro, in un modo che risulti indistinguibile da quello dei loro veri sostenitori.

Provateci. Provate a vedere se siete in grado di sostenere l’argomentazione migliore a sostegno di qualcosa che trovate deplorevole, o perlomeno discutibile, nel dibattito attuale. Se vi sentite davvero sicuri mostratela a una persona con cui siete in disaccordo e chiedetele se ci riconosce le proprie opinioni, presentate in modo onesto. Abbiamo tutti bisogno di preoccuparci della nostra irritabilità.

Copyright © Bloomberg.

Buzz in the Blogosphere: Millions More Bloggers and Blog Readers

Blogs are sometimes overlooked as a significant source of online buzz in comparison to social networking sites, yet consumer interest in blogs keeps growing. By the end of 2011, NM Incite, a Nielsen/McKinsey company, tracked over 181 million blogs around the world, up from 36 million only five years earlier in 2006.

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Bloggers: Who are they?

It’s no surprise that the growing number of blogs mirrors a growth in bloggers. Overall, 6.7 million people publish blogs on blogging websites, and another 12 million write blogs using their social networks.

So, who are blog writers and what else do they do online?

  • Women make up the majority of bloggers, and half of bloggers are aged 18-34
  • Bloggers are well-educated: 7 out of 10 bloggers have gone to college, a majority of whom are graduates
  • About 1 in 3 bloggers are Moms, and 52 percent of bloggers are parents with kids under 18 years-old in their household
  • Bloggers are active across social media: they’re twice as likely to post/comment on consumer-generated video sites like YouTube, and nearly three times more likely to post in Message Boards/Forums within the last month

Bloggers: Where do they read and post?

Three out of the top 10 social networking sites in the U.S. – Blogger, WordPress and Tumblr – are for consumer-generated blogs. Blogger is the largest of these sites with more than 46 million unique U.S. visitors during October 2011, making it second only to Facebook in the social networking category, and Tumblr was the fastest-growing social networking or blog site on the top 10, more than doubling its audience since last year from home and work computers to 14 million unique visitors. Overall, these three blogging websites combined for 80 million unique visitors, reaching more than 1 in 4 active online users in the U.S. during October 2011.

Pinterest points towards evolving tastes in the Blogosphere

Like Tumblr, Pinterest is a visually-oriented social media site that is also growing rapidly, with over 10 million unique U.S. visitors in December 2011, almost double their audience from October. This growth is led by young adults aged 25-34, who are most likely to view pages on the social network. Pinterest could also be of particular interest to online retailers, as 92 percent of Pinterest’s audience also visited Mass Merchandiser sites during the same month.

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(Originally posted in Nielsen Wire on March 8, 2012)